“Proprio non ti riconosco con il tuo nuovo naso”.
“Ma non è nuovo. E’ solo più piccolo”.
La battuta con cui una ragazza prosperosa risponde candidamente, sullo sfondo di una campagna inglese, viaggia nei trailer che presentano il nuovo film di Stephen Frears: Tamara Drew, Tradimenti all’inglese. Ma gli appassionati di graphic novel già la conoscevano bene da una delle prime tavole del libro appena uscito in traduzione italiana per Nottetempo.
E i lettori del Guardian la conoscevano ancora da prima: alla fine del 2005, il quotidiano inglese cominciò a pubblicare settimanalmente le tavole che Posy Simmons, disegnatrice e scrittrice sessantacinquenne, aveva realizzato ispirandosi a Via dalla pazza folla, romanzo che Thomas Hardy scrisse nel 1874. Il successo sul Guardiah ha convinto le edizioni Jonathan Cape a raccogliere le tavole in un libro che, nel 2009, si è aggiudicato il Prix de la Critique, premio francese alla miglior graphic novel dell’anno. Nel frattempo, una sceneggiatrice inglese, Moira Buffini, aveva cominciato a lavorarci per la trasposizione cinematografica e Stephen Frears ha concluso l’opera come sa fare lui. Il film, con un’esplosiva Gemma Arterton, è stato presentato con successo a Cannes ed ora è nelle sale italiane. E tutti a chiedersi, una volta ancora: perché tante graphic novel, in questi ultimi anni, diventano film? Sarà, forse, che è più facile passare da una storia raccontata per immagini all’immagine del film?
“Per nulla. L’equivoco più comune è confondere il fumetto con lo storyboard, ovvero gli schizzi che illustrano, inquadratura per inquadratura, quel che verrà girato sul set” smentisce Tiziana Lo Porto, giornalista esperta nell’argomento e sceneggiatrice di Superzelda, grahic novel sulla vita di Zelda, celebre moglie di Francis Scott Fitzgerald, disegnata da Daniele Marotta, che uscirà a breve per minimum fax. “Chi pensa basti mettere in scena il fumetto va dritto verso il fallimento. E’ tipico di molti film di questo genere, che risultano lentissimi. I tempi di un fumetto e quelli di un film sono diversi. Così come sono diversi quelli tra romanzo e cinema. Quando si lavora ad una trasposizione si deve dimenticare l’opera iniziale. O meglio, si deve essere fedeli allo spirito dell’opera ma bisogna tradirla per ricrearlo. In questo sta la forza di Tamara Drewe, bello nelle sue infedeltà rispetto all’originale. Del resto, Frears ci ha abituati a questo lavoro. Già con Le relazioni pericolose e con Chéri, due libri traditi sullo schermo con enorme fedeltà”.
In effetti, Tamara Drewe sul grande schermo ha una costruzione ben più corale di quella che troviamo nelle tavole e la differenza sta più in questo elemento che in certi cambiamenti forti nella storia. Ma i personaggi e lo spirito della black comedy restano intatti. Quel che è capitato per altri adattamenti molto riusciti in passato, come A History of Violence, realizzato da David Cronenberg sulla graphic novel di Johmn Wagner o La Vera Storia di Jack Lo Squartatore, film con Johnny Depp da From Hell: testi di Alan Moore e disegni di Eddie Campbell.
“In fondo, le graphic novel sono racconti a fumetti con l’intensità di un romanzo” spiega Giancarlo Soldi, fumettologo e regista di Nero, film scritto con Tiziano Sclavi, il creatore di Dylan Dog. “Tutti i personaggi sono ben delineati, sono il frutto di una serie di ripensamenti disegnati. Le pagine di preparazione di una graphic novel sono complesse come gli studi degli artisti rinascimentali”. Definito da Bernardo Bertolucci un “comics hunter” (cacciatore di fumetti), Soldi sostiene che la differenza fra le strisce e la graphic novel sta proprio in questo: “La graphic novel è più autoriale, il disegno è paragonabile alla scelta delle ottiche di un regista: solo una è quella giusta, la più vicina all’anima del personaggio”. In realtà, la questione è molto discussa. Fin dal 1978, quando apparve Contratto con Dio (sarà presto un film) di Will Eisner, che per primo definì la sua opera graphic novel.
Ma come definire, invece, Una Ballata del mare salato di Hugo Pratt, 1967? E come, poi, Poema a fumetti di Dino Buzzati, 1969? Al di là di ogni controversia, la graphic novel rispetto al fumetto è un’opera non seriale, in sé conclusa, con una sua unità narrativa. E, quindi, per questo forse più adattabile al grande schermo?
Tiziana Lo Porrto smentisce di nuovo: “Credo che la frequenza con cui oggi le graphic novel arrivano al cinema dipenda dal loro successo, iniziato una decina d’anni fa. In Italia, le case editrici se le contendono: un tempo erano merce rara ma ormai sono moltissime. La fama di fumetti seriali ben più noti al grande pubblico ha già ampiamento raggiunto il cinema. Pensiamo a Superman, Batman, Spiderman e simili. Anche con i supereroi il problema è lo stesso: quanto tradire l’originale. Sebbene qui il tradimento sia più scontato, visto che lo sceneggiatore deve uscire dalla serialità e immaginare una storia unica che metta insieme più episodi, la sfida non cambia: tradurre in un film un’opera d’arte”.





